Un forte dolore al collo sinistro. Poi, giorno dopo giorno, l’inferno: la sofferenza prende il controllo, si irradia al braccio, alla testa, alla gamba, all’occhio.
Tutta la parte sinistra del corpo non risponde più come dovrebbe.
Inizia così il calvario di Mery, 43 anni, che si ritrova improvvisamente immersa in una ricerca estenuante di risposte tra esami approfonditi e continue visite specialistiche.
La diagnosi ufficiale definisce tutto questo come Sindrome Fibromialgica, accompagnata dalla prospettiva di dover semplicemente imparare a convivere con il dolore attraverso l’uso di farmaci e miorilassanti.
Da quel momento, per Mery inizia un periodo difficilissimo.
Sotto l’effetto di terapie pesanti e gocce per tamponare le crisi, trascorre notti insonni e inizia a chiudersi in se stessa.
Il dolore costante mette a dura prova la sua vita sociale, il lavoro e il legame con il compagno; anche il cibo diventa un riflesso di questo blocco, portandola a perdere peso e vitalità.
Per diciotto mesi il pensiero fisso resta uno solo: quello di essere intrappolata in una malattia cronica, senza via di uscita.
Ma proprio due giorni prima di Natale, mentre è stremata sul divano e le porte sembrano ormai tutte chiuse, nel silenzio della sua stanza Mery si ricorda di me. Quel ricordo la spinge a scrivermi, d’istinto, su Messenger, con un messaggio in cui esprime tutta la sua disperazione, non per la sua malattia ma per il rapporto ormai finito con il suo compagno.
Oltre l’alibi della mente: accogliere il vero bisogno
Infatti la sua mente sta ancora cercando un alibi: mi scrive dicendo che vuole parlarmi perché, secondo lei, è il suo compagno che ha bisogno di me, che non sta bene. Sposta il problema all’esterno, pur di non guardare il blocco che ha dentro.
Quando la chiamo, ascolto il suo sfogo senza dare spago ai ricami della mente, ma accogliendo pienamente la sua sofferenza di cui mi parla quasi con distacco.
Ma la sua mente sta ancora cercando un alibi.
Le parlo con il cuore, spiegandole che comprendevo il suo dolore.
Sapevo che con l’EFT quel forte dolore, costante e diffuso, sarebbe potuto diminuire.
L’ho quindi rassicurata riguardo al suo compagno e le ho proposto di aiutare il suo corpo a eliminare i dolori più insopportabili, così da iniziare a diminuire anche la frequenza degli antidolorifici. Le ho fatto capire che, solo abbassando il dolore fisico, avremmo potuto iniziare ad analizzare tutto il resto con la giusta serenità.
Mery accettò subito, quasi sollevata, anche se ovviamente molto scettica. In quella stessa telefonata decise di fare il passo successivo e prenotare una sessione in presenza in studio, nonostante sapesse perfettamente quanto sarebbe stato faticoso e doloroso per lei affrontare un viaggio nelle sue condizioni fisiche.
Nelle settimane successive, in attesa del nostro incontro, qualcosa iniziò finalmente a muoversi. La guidai a distanza, attraverso messaggi e telefonate, ricordandole quei punti di picchiettamento che aveva imparato tre anni prima, durante un Workshop con me.
Le davo indicazioni semplici su come bypassare i pensieri per iniziare quel cammino rigeneratore e ritornare ad amare il suo corpo, accogliendo ciò che stava esprimendo attraverso tutto quel dolore.
La diga stava cedendo: il giorno della Befana mi contattò per confermarmi l’appuntamento, determinata come non mai a riprendere in mano la sua vita.
L’estrazione della radice: 3 ore di pulizia secca
L’11 gennaio Mery affronta un viaggio di 3 ore in bus per raggiungermi a Lecce, impensabile solo poche settimane prima. Quando la vedo mi rendo conto che il suo corpo è un unico blocco di sofferenza fisica, la mente è devastata. Quando si siede di fronte a me in studio, scoppia a piangere. Non apro un dibattito filosofico sui suoi referti. Semplicemente li prendo e li appoggio sul tavolo senza quasi guardarli. In fondo non sono un medico.
Le chiedo semplicemente: “Dove hai il dolore?”. Collo, braccio, testa, tutta la parte sinistra.
Inizia il primo giro di EFT semplice, diretto, mirato. Le lacrime scendono a fiume, un malessere pervade il corpo e il dolore, inizialmente, sembra quasi aumentare e spostarsi. Ma è qui che si rivela la straordinaria delicatezza di questo metodo: EFT non sfida il dolore, non forza i blocchi. Al contrario, lo accoglie con infinita dolcezza, dandogli lo spazio e il permesso di esistere per poi, finalmente, liberarlo.
Non ci fermiamo al sintomo: andiamo oltre.
Per tre ore consecutive applichiamo EFT sul dolore e contemporaneamente sui fatti grezzi.
E mentre le dita picchiettano il corpo, la mente reattiva capitola e lascia uscire il carico emotivo che teneva blindato nei muscoli.
Vengono a galla, quasi arrendendosi, i veri nodi, le radici profonde che il dolore nascondeva: vengono fuori storie di abbandono, tradimento… disperazione.
Il corpo, finalmente ascoltato nella sua verità, decide che non ha più bisogno di urlare. Il battito cardiaco rallenta, la mente si placa e quel malessere che la distruggeva da due anni svanisce.
Mery sperimenta una stanchezza immensa, ma una sensazione di benessere incredibile. Torna a casa sfinita, ma rinata.
🚀 Il ritorno all’equilibrio: i fatti concreti
Quando il sistema nervoso viene alleggerito dal peso del passato, il corpo risponde all’istante. Il percorso di Mery è continuato con un lavoro costante a casa e il mio supporto quotidiano.
I fatti concreti parlano da soli:
- Riduzione dei farmaci: Da quando ha iniziato le sessioni di EFT, Mery ha quasi smesso di ricorrere a farmaci, calmanti o gocce di antidolorifico.
- Alimentazione spontanea: Ha ricominciato a mangiare con gusto e fame tutti quegli alimenti (come glutine e latticini) che le erano stati vietati, senza accusare alcun disturbo.
- Ritorno al movimento: Ha ripreso a fare 5 km di corsa al giorno, un’attività che le era stata tassativamente proibita.
- Autotrattamento: Quando un pomeriggio un mal di testa feroce ha riprovato ad assalirla a livello 10, si è chiusa in stanza e ha applicato l’EFT. Attraverso un pianto incontrollabile è riemerso un brutto ricordo; continuando a picchettare, il dolore è diminuito fino a sparire del tutto insieme al ricordo, che è stato finalmente archiviato.
Alla seconda sessione in studio, Mery era un’altra persona. Il viaggio era stato addirittura bello, aveva goduto del paesaggio e della presenza delle persone. È entrata in studio disinvolta, sorridente, dicendo che non aveva più alcun dolore fisico: era finalmente tornata a essere se stessa, libera da un copione che non le apparteneva. Mi ha confidato che, mentre prima si era convinta che avrebbe dovuto convivere con il dolore, attraverso la pratica con EFT ha compreso che la sua mente stava solo proiettando un film per cercare di dare un nome a una sofferenza emotiva che non sapeva come elaborare. Appena abbiamo dato voce a quelle emozioni nel corpo, il film si è interrotto e il dolore si è sciolto.
💡 Il corpo non dimentica, vuole solo essere ascoltato
L’ansia cronica, i blocchi e le tensioni fisiche costanti sono spesso l’unico modo che il nostro organismo conosce per dare una forma a emozioni profonde che reclamano di essere finalmente accolte ed elaborate.
Quando non si sa dare un nome a quella sofferenza, la mente inizia a ricamarci sopra pezzetti di storie, creando un film mentale e una rete di sintomi che sembra senza via d’uscita.
Non servono sforzi di volontà titanici. C’è solo bisogno di accettare di andare oltre quel film e mettersi in ascolto del corpo.
📖 Nota di Condivisione
Mery mi ha donato la sua testimonianza integrale, scritta di suo pugno e senza filtri, affinché la sua storia potesse essere una luce per altre persone in cammino verso la rinascita. Se in questo momento stai attraversando un dolore simile e senti il bisogno di leggere la sua lettera originale e completa — condivisa nel pieno rispetto della sua privacy e del suo anonimato — per capire che una via d’uscita è davvero possibile, scrivimi in privato. Sarò felice di condividerla con te.
Se invece senti che è arrivato il momento di fare il tuo primo passo verso la leggerezza e l’ascolto del tuo corpo, richiedi un colloquio conoscitivo o seguimi sui miei canali.
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