Chi mi conosceva allora lo sapeva bene: per me non era solo una questione d’inverno. Uscivo imbottita, portavo regolarmente calze pesanti, stivali e guanti, ma il problema delle estremità fredde non spariva nemmeno con la bella stagione.
Anche in piena estate le mie mani e i miei piedi erano costantemente ghiacciati, tanto che in famiglia e con i medici si finiva sempre per liquidare la faccenda con la solita spiegazione:
«Sarà mancanza di ferro, hai la pressione un po’ bassa,
è la tua costituzione».
Mi ero rassegnata all’idea che il mio corpo funzionasse così.
Poi, anni fa, quando avevo da poco conosciuto EFT e lo praticavo su di me da semplice utente con grande curiosità, è successo qualcosa che ha ribaltato per sempre le mie convinzioni sul legame tra corpo ed emozioni.
Il piumone, i 22 gradi e una sfida silenziosa
Era un pomeriggio qualunque. Ero sdraiata a letto, al calduccio: in camera c’erano circa 22 gradi e sopra di me avevo un piumone caldissimo. Eppure, laggiù in fondo, i miei piedi erano come sempre due blocchi di ghiaccio.
Guardando quella discrepanza così assurda tra la temperatura della stanza e il gelo dei miei piedi, mi è venuto un pensiero, quasi una sfida nata per gioco:
«Vediamo che succede se faccio EFT sui piedi freddi…».
Non c’era alcuna aspettativa miracolosa: ho iniziato a picchiettare i punti classici semplicemente riconoscendo la sensazione fisica presente, ripetendo la formula base su quel disagio.
Ed è stato in quell’esatto istante che la mia memoria ha spalancato una porta rimasta chiusa per decenni.
L’angelo con i sandali nella neve
Mentre le dita picchiettavano con costanza, davanti ai miei occhi interiori si è materializzata una scena chiarissima del mio passato, nel mio paese d’origine.
Avrò avuto circa 6 o 7 anni. Era il Venerdì Santo e nel paese si svolgeva la tradizionale processione vivente. A me era stato assegnato il ruolo dell’angioletto. Il costume prevedeva una tunica e i piedi nudi, protetti solo da un paio di sandali aperti. Solo che quel giorno il meteo era stato implacabile: era caduta la neve e faceva un freddo pungente.
Finito l’evento, sono corsa in casa tremando. Volevo a tutti i costi immergere i piedi in un catino di acqua bollente per trovare sollievo immediato, ma un mio caro zio cercava con pazienza e cautela di fermarmi e di riscaldarmeli piano piano, massaggiandoli per evitare che mi venissero i geloni.
In quel momento di pianto e paura, avevo gridato a mio zio una frase disperata, una di quelle sentenze assolute che solo un bambino sa pronunciare con convinzione cieca:
«I miei piedi non si riscalderanno mai più!».
La condanna biologica: quando il corpo prende ordini dal trauma
Senza che me ne fossi mai resa conto, quella frase gridata a 7 anni era diventata una vera e propria ingiunzione biologica.
Nel momento del forte spavento e del dolore fisico acuto, il mio sistema nervoso autonomo aveva registrato un comando indelebile: le estremità devono restare chiuse, protette, congelate. La vasocostrizione periferica cronica era diventata il modo in cui il mio corpo continuava fedelmente a obbedire a quell’antico allarme, anche a distanza di decenni, perfino ad agosto o sotto un piumone a 22 gradi. Non era una carenza di ferro: era una memoria somatica congelata.
Continuando a picchiettare, non ho fatto altro che ripercorrere quel ricordo, accogliendo il pianto della bambina, la paura del gelo e le parole disperate dette a mio zio.
La fiamma sotto la pianta del piede
A un certo punto, mentre il ricordo perdeva la sua carica emotiva, ho iniziato ad avvertire una sensazione fisica totalmente sconosciuta.
Sotto la pianta dei piedi ho cominciato a sentire un calore vivo, concentrato, come se qualcuno avesse acceso la fiamma di una candela quasi a contatto con la pelle. Mi sono fermata, meravigliata e incredula.
Quel calore non si è spento: ha iniziato lentamente a espandersi. Prima ha avvolto l’intera pianta, poi si è fatto strada tra gli spazi delle dita, poi è risalito verso il tallone. Solo la punta estrema delle dita sembrava ancora resistere al gelo.
La sensazione era così netta e geometrica che non volevo credere a una mia suggestione. In camera c’era mia figlia, che all’epoca aveva poco più di 4 anni. L’ho chiamata e le ho detto: «Amore, vieni un attimo: tocca qui e poi tocca qui. Cosa senti?».
Mia figlia, incuriosita da questo strano gioco, toccava con le sue manine e con la spontaneità dei bambini confermava stupita: «Mamma! Qui è caldissimo e qui invece è davvero freddo!».
C’erano zone distanti pochissimi millimetri con due temperature corporee opposte. Man mano che completavo il rilascio con il picchiettamento, il calore ha invaso completamente anche le dita. Tutto il piede irradiava una temperatura straordinaria.
Cosa dice la scienza: il riconsolidamento della memoria
All’epoca vissi quell’esperienza quasi come una magia. Anni dopo, studiando a fondo le basi neuroscientifiche di EFT, ho compreso esattamente cosa fosse accaduto dentro di me a livello cellulare.
In un celebre saggio scientifico del dottor David Feinstein («How Energy Psychology Changes Deep Emotional Learnings»), viene spiegato il meccanismo del riconsolidamento della memoria. Quando da bambini viviamo un’esperienza di forte spavento, il cervello crea una traccia sinaptica duratura (un apprendimento implicito). Per decenni la psicologia ha creduto che queste tracce fossero indelebili.
Oggi le neuroscienze sanno che non è così:
- Rievocazione del ricordo: Nel letto ho riattivato la scena traumatica della bambina nella neve con i piedi congelati.
- Disattivazione limbica: Il picchiettamento sugli agopunti ha inviato segnali immediati di calma all’amigdala, spegnendo l’allarme neurovegetativo.
- Discrepanza (o Mismatch): Il cervello ha vissuto un cortocircuito benigno: la mente vedeva il gelo e la paura, ma il corpo riceveva messaggi biochimici di totale sicurezza e calore.
Questa discrepanza ha letteralmente sbloccato le vecchie sinapsi, consentendo ai vasi sanguigni periferici di aprirsi e rilasciando l’ordine di vasocostrizione. Come dimostra la ricerca, quando un apprendimento emotivo viene eradicato tramite riconsolidamento, il cambiamento è immediato e soprattutto, come ho sperimentato, permanente.
17 anni dopo
Nei giorni immediatamente successivi a quel pomeriggio, la risposta del corpo fu talmente prorompente che non sopportavo più coperte pesanti, calze né stivali: sentivo un fuoco piacevole e continuo che doveva respirare.
Con il tempo la fisiologia ha trovato il suo naturale equilibrio, ma la cosa più straordinaria è questa: da quel pomeriggio sono passati 17 anni e non ho mai più sofferto di piedi o mani gelate. La mia circolazione è rinata non grazie a un integratore, ma perché il mio sistema nervoso ha finalmente revocato un ordine impartito da una bambina impaurita nella neve tanti anni prima.
Cosa ci insegna questa esperienza
Il nostro corpo non dimentica nulla, ma soprattutto non mente. Spesso i sintomi fisici cronici con cui impariamo a convivere — che si tratti di estremità fredde, dolori posturali, tensioni viscerali o stanchezza persistente — non sono difetti di fabbrica o condanne ereditarie.
Sono sentinelle rimaste attive a guardia di una paura lontana.
Quando uniamo l’ascolto consapevole alla stimolazione fisica di EFT, non facciamo autosuggestione: offriamo al cervello l’opportunità biologica di riscrivere le proprie risposte emotive e corporee. E quando il sistema nervoso capisce che è finalmente al sicuro, la vita e il calore ricominciano a scorrere dove si erano fermati.
(Se vuoi approfondire come funziona questo processo a livello neurale, leggi anche l’articolo: Cancellare il dolore, non il ricordo: il segreto neuroscientifico del picchiettamento)
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